Gialli ragazzi

 

Il pigiama party

Un giorno io e le mie amiche abbiamo deciso di fare un pigiama party a casa di Maria.

Ci stavamo divertendo tanto a raccontare delle storie spaventose, quando la luce si spense: ridevamo come matte perché pensavamo che l’avesse spenta una di noi, invece non era così.

Quando ce ne siamo accorte ci siamo impaurite: nessuna si muoveva più. Improvvisamente squillò il telefono, ma nessuna di noi voleva rispondere perché avevamo paura ad alzarci.

A un certo punto abbiamo sentito un rumore alla porta: erano i genitori di Marta, arrabbiati perché non avevamo risposto al telefono. Volevano tranquillizzarci perché c’era stato un black-out in tutta la città.

Il lupo

Era una notte buia e tempestosa, i lampi si rincorrevano nel cielo e il rimbombo del tuono echeggiava cupo nell’aria. Gli alberi sferzati dal vento si piegavano verso le finestre fino a lambirle, quando incontrai un lupo che voleva mangiarmi.

Mi sono subito spaventato e sono scappato per andare a casa.

Il lupo mi ha inseguito. In realtà non era un lupo, era il mio vicino di casa: gli piaceva travestirsi da lupo per spaventare le persone. Mi raccontò che un giorno voleva spaventare una donna che stava tornando dal supermercato, ma alla fine aveva deciso di massacrarla a morsi.

Mi spaventai. Chiamai la Polizia. Il lupo-vicino provò a scappare, ma finì ammazzato sotto i colpi degli agenti.

La morte nera

In quegli anni la nostra famiglia era molto unita.

La Morte Nera incombeva su tutti, poveri e ricchi, qui in Italia, perciò si sentiva il bisogno di stare vicini gli uni agli altri. Ma visto castigo di Dio più orribile e doloroso.

Fortunatamente nessuno della nostra famiglia fu colpito dalla disgrazia.

Abitavamo su un colle vicino alla città che era nella valle. Lì la Morte Nera non risparmiò nessuno e crudelmente spezzò le vite dei malati e i cuori dei sopravvissuti. In quegli anni, però, un’altra disgrazia cadde sulla nostra casa: la morte di nostro padre.

Era un notaio, un uomo ricchissimo, avido di potere e di denaro. Apparentemente severo, ma in realtà affettuoso e comprensivo.

Dopo la sua morte tutto ciò che aveva passò legalmente a me, il figlio maggiore. Tutti noi fummo addoloratissimi nel veder morire un personaggio unico nella sua specie e nella sua natura. La sua scomparsa ci fece rendere conto dell’importanza che aveva la sua persona nella nostra vita.

Morì in inverno.

Il 29 Dicembre 1938.

Era un uomo molto colto e sapiente. Collezionava spade e asce contemporanee e antiche. Ogni spada era un pezzo unico, raro e costosissimo. Le teneva appese alle pareti del suo studio, il luogo dove passava quotidianamente molto tempo. Il suo studio fu anche il luogo dove morì. Ricordo che quel pomeriggio mi assentai solo una volta da salotto dove era riunita tutta la famiglia eccetto mio padre.

Io e mia sorella leggevamo libri insieme. Era piacevole. Nostro padre era nel suo studio, dall’altra parte della casa. Mia sorella lo andò a chiamare per chiedergli di unirsi a noi. Purtroppo non ebbe la possibilità di domandargli niente perché lo trovò morto.

Ci chiamò tutti. Noi, terrorizzati, ci precipitammo.

Il suo corpo sedeva inerte sulla sedia. Aveva la testa china sulla scrivania. Era stato pugnalato. Doveva aver urlato, ma noi, che eravamo dall’altra parte della grande casa, non lo avevamo sentito. Non capivamo con che arma fosse stato compiuto il delitto. Si vedeva solo sangue che scivolava sul pavimento.

Tutti pensavamo che fosse stato colpito con una delle sue spade perché ne mancava una dalla sua collezione.

Ma non era così.

Mio padre fu assassinato con un coltello.

Ricordo che l’avevo scelto con cura, tra i più affilati.

Il mio cadavere

Era notte.

Vidi per strada una persona con il viso coperto da un largo cappello.

Lo inseguii.

Si fermò. Mi chiese: “Hai da mangiare?”

Gli risposi di no.

Mi disse che se non gli procuravo subito da mangiare mi avrebbe ammazzato con la pistola che aveva in mano.

Mi arrampicai su alcuni alberi in cerca di mele, ma non ne trovai.

Tornai da lui.

Glielo dissi.

Mi sparò.

Dopo due giorni i miei genitori mi vennero a cercare e, non trovandomi, avvertirono la polizia.

Il mio cadavere fu trovato due ore dopo in un fosso.

Questi quattro racconti sono raccolti nel manoscritto Gialli ragazzi, scritto nell’anno scolastico 2002-2003 dalla classe 2° D della scuola secondaria di primo grado Galileo Galilei di Reggio Emilia rispettivamente da Angela Boampong, Andrea Delrio, Fatima Sidoti e Domenico Gentile.

 

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